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Appello per l’italianistica in Svizzera Versione stampabile

Italianistica, Osservatorio

Il prossimo 15 gennaio si svolgerà a Neuchâtel una manifestazione in difesa della lingua e della cultura italiana in Svizzera, per scongiurare la soppressione dell’Istituto di Italiano.

Abbiamo già in archivio in questo portale un articolo del 23 dicembre 2003 (L’italianistica a Zurigo) che segnalava con preoccupazione il destino delle cattedre di italianistica in Svizzera.

Trascrivo qui di seguito l’appello del prof. Pietro De Marchi, diffuso qualche giorno fa tramite l’AdI e ripetuto dall’AIPI; riproduco quindi l’articolo di Arturo Colombo citato dallo stesso De Marchi.

Spero di fornire cosí un piccolo contribuito al dibattito su questa vicenda.

[Consultate anche il sito web dell’Università di Neuchâtel]


Care amiche e colleghe, cari amici e colleghi,

come qualcuno di voi già saprà, la sopravvivenza della cattedra e dell’istituto di italiano a Neuchâtel è appesa a un filo (e anche in altre università svizzere le prospettive sono poco rosee: cfr. l’articolo di A. Colombo sul "Corriere della Sera" del 13 dicembre 2004: Zurigo, sparisce la storica cattedra di De Sanctis).

A Neuchâtel il nuovo rettore, Alfred Strohmeier, un informatico, ha deciso di sopprimere l’italiano e il greco, creando al loro posto nuove cattedre di giornalismo, pedagogia, “cosmopolitismo” [sic], e anche una cattedra di spagnolo (che ora passa da 1 a 2 cattedre). Secondo la pianificazione quadriennale del rettore, l’italiano scomparirebbe totalmente dalla faccia dell’università: né cattedra, né istituto, né bachelor né niente.

La cosa è gravissima, perché sarebbe la prima volta che una storica università svizzera si troverebbe a non offrire alcun insegnamento di italiano, lingua nazionale.

Non so veramente che cosa possano fare per noi gli italianisti delle università italiane. Ma forse anche una breve lettera di protesta dell’ADI da indirizzare al responsabile del dipartimento dell’istruzione pubblica del cantone di Neuchâtel (M. Thierry Béguin, chef du Département de l’instruction publique et des affaires culturelles, Château, rue de la Collégiale 10, 2000 Neuchâtel; thierry.beguin_AT_ne_DOT_ch) potrebbe essere un segno non vano di solidarietà. L’ultima parola spetta infatti ai politici, che si pronunceranno prima della fine del mese di gennaio.

Un cordiale saluto e grazie per l’attenzione,

Pietro De Marchi
Università di Zurigo e di Neuchâtel
pietro.demarchi_AT_unine_DOT_ch


Arturo Colombo, Zurigo, sparisce la storica cattedra di De Sanctis, «Corriere dela Sera»”, 13 dicembre 2004, p. 27

«L’italiano e l’italianità in Svizzera soffrono». A lanciare un simile allarme è Gabriele Gendotti, attuale presidente del consiglio di Stato e direttore del dipartimento dell’Educazione e della cultura della repubblica elvetica, oltre che del Canton Ticino. Anche il Corriere del Ticino , il maggiore quotidiano della Svizzera italiana, denuncia questa minaccia, tanto da scendere in campo, l’altro giorno, con un titolo a tutta pagina: «Zurigo, la nostra cultura messa in ombra». Certo, il motivo è grave: il Politecnico federale di Zurigo ha deciso di «tagliare» la cattedra di Lingua e letteratura italiana, dove - già un secolo e mezzo fa - aveva tenuto l’insegnamento Francesco De Sanctis, il grande critico allora costretto all’esilio durante le lotte risorgimentali. Ma anche più tardi, fino al 1988, per oltre un quindicennio vi ha insegnato un altro nostro grande studioso come Dante Isella, memore di quanto aveva detto proprio De Sanctis: che prima di essere ingegneri, occorre ricordarsi di essere uomini. Ma purtroppo chi ascolta, oggi, quel lucido ammonimento?

Adesso, giunto all’età del pensionamento l’attuale titolare al Politecnico di Zurigo, il professor Ottavio Besomi, si coglie l’occasione per un vero colpo di mano, qual è quello di mettere a tacere una cattedra, che è sempre stata un punto di riferimento fondamentale, per difendere, valorizzare e far conoscere un così grande patrimonio culturale. E non è tutto: in altri gloriosi atenei svizzeri - come quello di Basilea e quello di Neuchâtel - le prospettive non appaiono migliori, perché anche lì le cattedre di italiano sono a rischio di estinzione.

Siamo, dunque, in una congiuntura diametralmente opposta rispetto a quanto accadeva, per esempio, a metà del Novecento, quando all’ateneo di Friburgo, proprio come italianisti, hanno svolto un’opera meritoria altri due nomi illustri: quelli di Giuseppe Billanovich e di Gianfranco Contini, il celebre filologo e critico militante, amico di Eugenio Montale (per il quale ebbe «una lunga fedeltà», come intitolerà una sua raccolta di saggi). Eppure l’attuale, inquietante situazione nelle università svizzere è solo la spia di un disagio, destinato a diventare ancora più diffuso: addirittura più drammatico. Lo confessa lo stesso consigliere Gendotti, quando precisa con molta franchezza: «Non siamo nostalgici né piagnoni. Siamo semplicemente preoccupati di questo processo di appiattimento culturale e di standardizzazione linguistica».

Infatti, statistiche alla mano, ci si accorge che - fuori dal Canton Ticino - anche nelle altre scuole a livello preuniversitario, tipo i licei, continua a diminuire l’insegnamento dell’italiano come seconda lingua: tant’è vero che c’è già chi prevede che nel giro di poco tempo l’italiano sarà pressoché eliminato, facendo così perdere alla Svizzera una delle caratteristiche secolari, che faceva del plurilinguismo uno dei fattori qualificanti del suo federalismo. Né vale controbattere che al giorno d’oggi è indispensabile conoscere l’inglese come «lingua veicolare».

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