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Per Maria Corti Versione stampabile

Critica e filologia, Promemoria

Maria Corti è morta a 86 anni nella notte di sabato 23 febbraio all’Ospedale San Paolo di Milano. Era nata a Milano nel 1915. I funerali si sono svolti lunedì 25 febbraio nell’Università a Pavia quindi a Pellio Intelvi, nel comasco, la sua terra di origine, dove la salma ha trovato sepoltura. Anche Italianistica Online desidera rendere un semplice ma sentitissimo omaggio alla memoria dell’illustre filologa e lo fa, nella maniera che le è più consona, mediante questa breve rassegna.

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Pietro Gibellini, È morta la grande studiosa e scrittrice Maria Corti, un addio fra canti e segni luminosi, “Giornale di Brescia”, 27 febbraio 2002

È andata in punta di piedi, facendo la sua ultima improvvisata, questa battagliera e disarmata fanciulla di ottantasei anni. Tanti ne aveva Maria Corti, milanese senza frontiere. Infatti se i luoghi del suo agire sono ben definiti (Milano, dove nacque e visse, Pellio d’Intelvi, dove passava le estati nella casa paterna da lei trasformata in un centro di studi, Pavia, dove insegnò e creò il Fondo in cui raccolse i manoscritti degli autori contemporanei, Otranto, terra d’origine della matrigna), la sua fama non conosce confini, e corre dall’Europa all’America. Un’indiscutibile celebrità, ma dovuta a che cosa? Fu storica della lingua e filologa, semiologa e teorica della letteratura, critica e saggista, narratrice. Una personalità poliedrica, al modo di un cristallo che, facendo rimbalzare il raggio da una faccia all’altra, dalla ricerca alla creazione, moltiplica e aumenta la propria luce.

Atipica era apparsa sùbito, nel cuor degli anni Sessanta, ai suoi allievi di Pavia, che potevano ascoltarla discutere della pàtina linguistica dell’Arcadia di Sannazzaro, o tenere un corso sul “Politecnico” e la letteratura della Resistenza, ricamato di ricordi personali e concluso da una lezione a due voci con Elio Vittorini. L’intreccio delle sue vocazioni, fra applicazione ai testi e riflessione teorica, fra rigore accademico e militanza intellettuale, fra studio arduo e scrittura creativa, si manifestò presto nella sua vicenda intellettuale (percorribile nel suo Dialogo in pubblico, 1995). Solo con paterna saggezza,
Benvenuto Terracini riuscì a frenare l’impaziente allieva che meditava di lasciare gli studi di medievista, attratta dalle sirene dell’attualità (Il canto delle sirene s’intitolerà, appunto, un romanzo-saggio al cui cuore sta la seduzione intellettuale). Come scrittrice Maria Corti esordì con romanzo storico ambientato nel Salento, che si rivelò un long-seller, L’ora di tutti (1962), cui seguì il Ballo dei sapienti (1966), acidulo ritratto del mondo universitario con inserti di gergo studentesco allora up-to-date. Nell’accademia, la Corti entrò non prestissimo, ma portando una ventata innovativa che da Pavia investì tutta l’Italia. Erano gli anni del decisivo sodalizio
intellettuale con Cesare Segre, con cui stese un libro-svolta come I metodi attuali della critica in Italia (1970) e con il quale condiresse, insieme con Avalle e Isella, “Strumenti critici” (e di quel
gruppo la Corti fu, in certo senso, la più dinamica alfiera, anche per la sua presenza sui quotidiani, dal “Giorno” alla “Repubblica”); gli anni dell’amicizia con Umberto Eco, con il quale
pilotò “Alfabeta” (1979-1988), che proponeva a un pubblico più ampio, giovane e creativo, l’esperienza di “Strumenti critici”; gli anni dei contatti con i grandi maestri del formalismo e della semiologia, dalla Russia all’America e con gli scrittori amici: Montale, Calvino, Manganelli, la Merini…

Ma nel lavoro e nella mente della Corti, abbiamo detto, non ci sono compartimenti stagni: la filologa che recupera fantasmi dimenticati, sa anche trarre riflessioni metodologiche (Metodi e fantasmi, 1969, Nuovi metodi e fantasmi, 2001), elaborare una teoria letteraria,
attingendo alle idee degli scrittori più che a quelle dei saggisti (Principi della comunicazione letteraria, 1976), analizzare testi riconducendoli entro un’ipotesi complessiva (Il viaggio testuale, 1978), attingere dalla frequentazione dei manoscritti materia per la propria scrittura creativa (Ombre dal fondo, 1997, Catasto magico, 2000). Anche all’interno dei suoi lavori scientifici, quella miscela si rivela fecondissima: torna su Bonvesin dopo un’immersione semiotica, e scopre nel contrasto fra rosa e viola i segni di impensati scontri di classi e di idee; un viaggio in Danimarca e la rilettura di Boezio di Dacia le fanno intendere in modo nuovo il pensiero linguistico e filosofico di Dante (Dante a un nuovo crocevia, 1981; La felicità mentale, 1983; Percorsi dell’invenzione, 1993). E i suoi progressi negli studi ricadono anche sulla scrittrice, che sperimentando un incrocio di generi (Voci dal Nord-Est, 1986) trae dal cassetto il suo primo e migliore romanzo per liberarlo dall’originaria pàtina neorealistica e rivivere con il lettore gli anni luminosi del dopoguerra, quando da giovane professoressa pendolava fra Milano e Chiari, a contatto con un mondo popolare che aveva ancora la forza di Cantare nel buio (1991). A Brescia, la Corti rimase legata con molti fili: i vecchi studenti di Chiari, da Lino Marconi a Lento Goffi, il Premio Gandovere, l’Università cattolica e Piera Tomasoni, gli ex-allievi di Pavia… E a Brescia, al San Carlino, parlando pochi giorni fa dell’oltretomba dantesco ebbe parole affettuose e di stima per la nostra città.

Negli ultimi anni, Maria Corti aveva affrontato una questione affascinate, gettandovi luce nuova, quella delle fonti islamiche della Divina Commedia. Le vie ardue, sguarnite o ingombre di troppa bibliografia, non la spaventavano, anzi suscitavano in lei l’entusiasmo di chi conosce la «seduzione intellettuale», il dono della «felicità mentale». Quella sorta di candore ha fatto di una grande maestra anche un’eterna fanciulla, che ha
pronunciato le sue ultime parole pubbliche nella nostra città, parlando di segni di luce.

Articoli consultabili nel sito di Interlinea, URL <http://www.interlinea.com/strilli/mariacorti/rassegnastampa.htm>

  • Mario Baudino, Corti, la signora dei manoscritti, “La Stampa”, 24 febbraio 2002
  • Bianca Garavelli, La signora dei manoscritti, “Avvenire”, 24 febbraio 2002
  • Maria Grazia Piccaluga, Questa ragazza ci mancherà, “La Provincia Pavese”, 24 febbraio 2002
  • Fabio Pusterla, L’ultimo viaggio di Maria Corti, “il manifesto”, 24 febbraio 2002
  • Cesare Segre, Maria Corti, la ragazza che si innamorò di Dante, “Corriere della Sera”, 24 febbraio 2002
  • La mort de Maria Corti, “Liberation”, 28 febbraio 2002, http://www.liberation.fr/quotidien/semaine/020228-080008023LIVR.html

    On l’appelait la «gamine», à cause de son espièglerie et de son refus foncier de tout académisme. Et pourtant Maria Corti ­ qui vient de disparaître à l’âge de 86 ans ­ était la personne la plus sérieuse du monde: philologue, critique littéraire, romancière, détentrice depuis plus de trente ans de la chaire d’histoire de la langue italienne à l’université de Pavie, elle était spécialiste de Dante, de la poésie du «Dolce Stil Novo» et de littérature napolitaine du Quattrocento. On l’appelait aussi la «mère» des lettres italiennes, parce qu’elle participa à toutes les aventures et expérimentations littéraires transalpines. Ainsi fut-elle l’un des piliers avec Umberto Eco de la revue Alfabeta fondée par Nanni Balestrini à la fin des années 70. Par-delà ses propres romans et essais, le nom de Maria Corti est lié au Centre des recherches sur la tradition manuscrite d’auteurs modernes et contemporains auprès de l’université de Pavie. Nourri d’abord des donations de Montale, Gadda ou Bilenchi, le centre vise à sauvegarder la mémoire des oeuvres en reconstituant la genèse de l’écriture par l’étude des autographes. S’ajoutant aux archives, l’importante bibliothèque de 20000 volumes ­ du récit à la sémiotique et à aux théories de la littérature ­ est devenue un lieu de recherches prisé par tous les italianistes.

  • R. S., Morta Maria Corti, critico col pallino della creatività, “Il Nuovo”, 23 febbraio 2002, http://www.ilnuovo.it/nuovo/foglia/0,1007,107604,00.html

    Una delle poche studiose di letteratura e semiotica che ha saputo mettere insieme la ricerca e la fantasia. Decine di saggi, una fervida attività al suo Fondo dei manoscritti a Pavia.

    PAVIA - È stato uno dei pochi critici letterari italiani a fondere la ricerca con la creatività. Maria Corti, autrice di decine di saggi sulla letteratura e la semiotica (opere come Studi sulla sintassi della lingua poetica, 1953, o Dante a un nuovo crocevia, 1982), è stata anche autrice di una dozzina di romanzi, fra cui il famoso Le pietre verbali, o L’ora di tutti e Il ballo dei serpenti. Gravemente malata da tempo, la scrittrice era stata ricoverata nella mattinata di venerdì all’Ospedale San Paolo di Milano, a causa
    di una crisi respiratoria.

    Di questa donna forte e fragile, nata nel 1915 ma fino a pochi giorni fa attivissima con il suo Centro di ricerca sulla tradizione manoscritta di autori moderni e contemporanei, presso
    l’Università di Pavia, colpiva soprattutto la disciplina nella ricerca.

    Un’attività che considerava una missione. Filologa e scrittrice ha insegnato Storia della lingua italiana all’università di Pavia, dove era docente emerito. Ha studiato in particolare la poesia dello Stil Novo e la letteratura napoletana del 1400, ma quello che
    l’ha sempre affascinata è stato lo studio della semiotica e dei legami fra la parola scritta e il simbolo che sta dietro.

    Grazie a uno stuolo di numerose collaboratrici (quasi tutte donne, una sorta di gineceo della cultura che Corti ha allevato e curato fino alla fine), ha analizzato a lungo la lingua ed è stata l’ideatrice di numerose riviste culturali come Strumenti critici e Alfabeta, quest’ultima in collaborazione con Cesare Segre e Umberto Eco, dove si è lungamente occupata di critica semiotica.

    La sua ultima fatica è stata la pubblicazione arricchita di Nuovi metodi e fantasmi , in libreria per Feltrinelli nello scorso ottobre. Un testo fondamentale per tutti quelli che hanno fatto della semiotica uno strumento critico. “Riprodurre la vita - diceva - non è come scrivere un saggio; la vita va rincorsa e fotografata”. E lei rincorreva la parola con altrettanta tenacia, come se il linguaggio fosse una cosa da scolpire su pietra, da fissare per sempre. La sua
    tesi metteva insieme il linguaggio e il metalinguaggio, come parti fondanti del discorso.

    Nei romanzi, Corti dava spazio alla ricostruzione storica, l’altro suo grande interesse. Ne Le pietre verbali racconta quel periodo oscuro che fu il Sessantotto attraverso le mutazioni linguistiche che lo preannunciano nei corridoi del Liceo Beccaria di Milano e nelle Università italiane. Nelle pagine, fra idioletti che scandalizzano baroni e benpensanti, aleggia il ronzio de La Zanzara , il giornale satirico che fece epoca, la figura di Berto Casati, docente di lettere al liceo Beccaria di Milano, che si accorge della difficoltà di comunicare con i suoi alunni. Il problema del ‘68, oltre l’aspetto storico, è stato, per l’autrice, un problema linguistico perché, in quegli anni, stava maturando “una lapidazione linguistica contro il sistema sociale e il gergo giovanile era un’operazione collettiva”.

    Nel 1989 ha ottenuto il Premio Flaiano, l’Ambrogino d’oro e il premio speciale per la letteratura della Presidenza del Consiglio. Nel ‘91 il premio Dessì per la narrativa e nel ‘99, il premio Ministro dei Beni Culturali dall’Accademia dei Lincei.

In memoriam

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